«Deadbots»: l´immortalità digitale

L’umanità utilizza strumenti per superare i propri limiti fisici da tempi immemorabili, e i tentativi di sconfiggere la morte non fanno eccezione. Tuttavia, la tecnologia dell’immortalità digitale di cui discutiamo oggi, pur ponendosi in continuità con questa storia, rappresenta un tentativo del tutto nuovo. Questo perché l’immortalità digitale non si limita a ricordare il defunto attraverso le sue opere o i suoi risultati accademici, né cerca semplicemente di integrare i limiti biologici umani; essa mira a ricreare il defunto nel dominio digitale, permettendogli di continuare a vivere sotto forma di avatar.

La direzione dello sviluppo di queste tecnologie è profondamente legata al pensiero transumanista. Transumanisti come Nick Bostrom e Natasha Vita-More definiscono l’invecchiamento e la morte come un “male” da sconfiggere. Basandosi su un ottimismo tecnologico, essi si aspettano che l’umanità superi ogni sofferenza e la morte stessa per raggiungere lo stato di post-umano. Come è noto, il mind uploading (il caricamento della coscienza umana su un computer) è la tecnologia chiave per raggiungere la vita eterna. Oggi, se la tecnologia dell’immortalità digitale non si fonda su una corretta visione dell’essere umano, rischia di diffondere una concezione distorta dell’uomo e di diventare uno strumento che minaccia la dignità umana.

Kocarev e Kotesca definiscono l’immortalità digitale come: “un agente autonomo, in grado di prendere decisioni e di apprendere, che rappresenta un individuo e possiede una vita praticamente immortale”. In altre parole, essa si caratterizza per la comunicazione bidirezionale tra utente e programma e per la capacità dell’avatar digitale di apprendere come un soggetto autonomo. Attualmente, questa tecnologia si realizza sotto forma di cosiddetti “Deadbots”, in cui l’intelligenza artificiale apprende la traccia digitale del defunto — dati quali abitudini linguistiche, storia personale, gusti e personalità — per riprodurne l’immagine. Numerose piccole imprese come StoryFile, HereAfter e Lifenaut sono già entrate nel settore dell’immortalità digitale, e il mercato è in costante crescita.

Questa tecnologia, basata sull’IA generativa e sui grandi modelli linguistici (LLM), è in continua evoluzione; è molto probabile che nel prossimo futuro ogni aspetto del defunto venga riprodotto in modo ancora più naturale e ricco. Inoltre, l’integrazione con le tecnologie VR (Realtà Virtuale) e AR (Realtà Aumentata) sembra essere sufficiente a far sentire l’utente come se fosse realmente presente nello stesso spazio con il defunto.

Sebbene possa apparire innovativa, questa tecnologia richiede un approccio estremamente cauto dal punto di vista etico. Analizzandola innanzitutto su un piano antropologico, l’essere umano come persona è un’unione inscindibile di anima e corpo, e può essere compreso correttamente solo nella sua interezza. Da questa prospettiva, l’uomo non può essere ridotto alla sola coscienza o a funzioni parziali. L’essere umano vive con una natura che è allo stesso tempo trascendente e terrena. Egli matura e cresce in modo integrale all’interno di innumerevoli esperienze fisiche e relazioni. Le facoltà umane si basano su questa totalità, e ridurre l’uomo a specifiche funzioni o capacità è un grave errore.

Un altro punto degno di nota riguarda i rischi reali e prevedibili: l’effetto Valle perturbante (Uncanny Valley), che crea disagio verso i robot; il timore di una seconda perdita per la paura di perdere definitivamente i dati del defunto; l’ostacolo al processo di lutto (impedendo l’interiorizzazione e il distacco); la violazione dell’autonomia legata alla vulnerabilità psicologica; la confusione emotiva e il rischio di confondere la realtà con la realtà virtuale (specialmente nel caso dei bambini). Oltre a ciò, vi sono numerose questioni etiche riguardanti la protezione dei dati e l’uso commerciale, il problema del consenso, le disuguaglianze sociali e le controversie legali.

Pertanto, è necessario prima di tutto ristabilire le basi antropologiche. Definire chi sia l’uomo costituisce il fondamento per valutare l’agire umano e orientare l’uso futuro della tecnologia. Inoltre, è necessario introdurre regolamentazioni preventive per evitare gli effetti negativi previsti. Ciò include, come suggerito da Lindemann, la gestione dell’immortalità digitale al livello di uno strumento medico, garantendo la trasparenza e la sicurezza della tecnologia. È inoltre necessaria la presenza di una guida esperta nell’uso di questa tecnologia, il che richiede la formazione di specialisti. Sono altresì necessari ulteriori studi e dibattiti per affrontare l’applicazione tecnica e le problematiche legali, sociali e tecniche.

La tecnologia dell’IA, che è il cuore dell’immortalità digitale, non deve servire a sostituire l’uomo, ma deve essere un aiuto per la sua autorealizzazione. Creare ciecamente programmi o robot identici all’uomo non è la direzione corretta. La tecnologia segue la giusta direzione solo quando non viola la dignità umana e contribuisce alla perfezione trascendente dell’essere umano.

P. Daniele Song Yangwoo
Diocese de Incheon, Coreia do Sul

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