110º aniversário do Colégio: Homilia do Cardeal Saraiva Martins

Celebrazione del 110º anniversario della fondazione del

Pontificio Collegio Portoghese

(21.10.2010)

(Ef 3,14-21.4,15; Sal 32; Lc 12, 49-53)

 Eccellenze!

Carissimi fratelli e sorelle!

Ho accettato molto volentiere il cordiale invito della Direzione del Collegio a presiedere la solenne Celebrazione eucaristica in occasione del 110º anniversario della fondazione di questa Casa lusitana a Roma. Il 20 ottobre dell’anno giubilare 1900, il Santo Padre Leone XIII con la Lettera Apostolica Rei cattolicae apud lusitanos creava il Pontifício Colégio Português.

Il nostro Collegio serve la Chiesa universale da 110 anni! Ogni anno ospita presbiteri provenienti del Portogallo, d’altri paesi di lingua portoghese e di tanti altri paesi amici. Lodiamo il Signore per il dono della vostra vita e per l’espressione della vostra comunione fraterna nel ministero sacerdotale e nello studio teologico. A questo proposito ricordiamo le parole del Servo di Dio, Papa Giovanni Paolo II, proferite il 12 gennaio 1985, proprio in questa cappella, che ricordo ancora molto bene: «la storia della Chiesa in Portogallo ed in altri territori e nazioni di espressione portoghese, in questo secolo, non potrà essere scritta senza far riferimento alla partecipazione che ebbero in essa gli antichi alunni del Pontificio Collegio Portoghese».

Rendiamo grazie a Dio per tutto ciò che significa il Collegio per la Chiesa universale e in particolare per la Chiesa in Portogallo. Ho detto qualche anno fa, proprio qui, che il Collegio è il cuore romano della Chiesa lusitana. Vorrei adesso aggiungere che esso è anche uno dei suoi due polmoni, quello universale, che la porta a respirare e a vivere, sempre più pienamente, la dimensione aperta propria di ogni comunità ecclesiale. Auspico che in questa residenza presbiterale si possa sempre sperimentare in modo profondo la cattolicità della Chiesa di Cristo, nella comunione e nell’amicizia fedele alla sua tradizione continue ad essere una autentica fucina di veri innamorati di Cristo, di zelanti pastori del suo Corpo Mistico, che è la Chiesa.

 

2. è proprio in questo contesto cristologico ed ecclesiologico che acquistano il loro pieno significato sia la preghiera della colletta dell’odierna liturgia sia i testi biblici ascoltati.

Nella prima abbiamo chiesto a “Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito”. Essa ci invita a concentraci in Dio, in Cristo all’inizio di quest’anno accademico 2010-2011.

Ed è proprio questo che ci raccomanda l’Apostolo nella prima lettura appena ascoltata: «che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio».

Paolo parla qui di una vera unione con Cristo, a cui il cristiano deve tendere, per potere dire come l’apostolo: “Io vivo, ma in reltà non sono io che vivo, è Cristo che vive in me”...

È in questa perfetta unione con Cristo, in questa piena e totale identificazione o immedesimazione con Lui, che consiste la santità alla quale tutti i battezzati sono chiamati. E se ad essa tutti sono chiamati, la santità cristiana non è un lusso di pochi, un privilegio di alcuni, ma un dovere stringente di ogni battezzato.

Ma Paolo aggiunge subito: “vivendo secondo la verità nella carità (‘veritatem facientes in caritate’), cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo”. Parole, queste, che mi sono molto care, poiché da esse ho ripreso il mio motto episcopale «veritas in caritate».

Il pensiero dell’Apostolo delle genti è quanto mai chiaro al riguardo... Abbiamo tutti, anche il semplice cristiano, il dovere di annunciare la veritá, che è Cristo, ma in modo amorevole (cioè, “in caritate”). Questo modo di annunciare la verità è essenziale. Anche nel dialogo inter-religioso ed ecumenico. In questo, infatti non possiamo e non dobbiamo tacere la verità, ossia, la nostra propria identità, dobbiamo affemarla, ma dobbiamo farlo nel modo giusto. ‘in caritate’. Saranno la veritá e l’amore, e soltanto essi, a rinsaldare la fede dei credenti, a salvare a salvare il mondo, a renderlo sempre più umano e, per ciò stesso, sempre più cristiano. (cf. Come si fa un santo, 38-39)

Nel vangelo, Gesù sente un grande dispiacere che si fa sempre più pesante mentre cammina verso la sua passione: Lui che voleva raccogliere insieme tutto il popolo di Dio si vede sempre più isolato nel suo insuccesso. Eppure resta fedele: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”. Questo fuoco, immagine del giudizio di Dio, della sua parola ultima e definitiva, si accenderà attraverso la Pasqua di Cristo. Il rifiuto dell’amore di Dio è divenuto estremo nel rifiuto della sua persona. In un certo senso la sua venuta provoca questo rifiuto. E Gesù non vuole nasconderlo con una pace facile, non può lasciare in pace un mondo che si rinchiude nella durezza del cuore.

La Parola fatta uomo ci esorta, dunque, ad ascoltare la sua voce e a non indurire il cuore. Nel disegno di Dio, il Verbo si è fatto carne. Dio assume i limiti della materia, nel corpo, per trovare una vicinanza con gli uomini.

 

3. Vorrei, infine, ricordare che, sin dai primi tempi, il Collegio è stato consacrato al Sacro Cuore di Gesù. Il cuore indica la via dell’amore, della caritá, che è assolutamente inseparabile dalla veritá. Il Papa Benedetto XVI ce lo ricorda nella sua enciclica Caritas in veritate, sottolineando che: «un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività » (n. 4).

La caritá inseparabile dalla verità è, dunque, la fonte ed il culmine della missione che abbiamo ricevuto, come sacerdoti: quella di essere coraggiosi ricercatori della verità e veri e convinti evangelizzatori, missionari, profeti dell’amore, in mondo che ha tutto, ma è privo, spesso, delle cose più importanti: la veritá e l’amore: quella veritá e quell’amore di cui simbolo e segno efficace é il sacro Cuore di gesù, cui è stato dedicato questo Collegio.

Roma, 21 Ottobre 2010

110º anniversario del Pontificio Collegio Portoghese

? Cardeal José Saraiva Martins