Un poco più di tempo

Un poco più di tempo

 

 

 

 

 

 

 

OMELIA – 25 maggio 2017

LETTURE:  At 18, 1-8; Sal 97, 1-4; Gv 16, 16-20

 

            1. Il tempo di Gesù

«Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete» (Gv 16,16). Gesù pronuncia queste parole durante l'Ultima Cena con i discepoli, nell'imminenza della passione. Egli si riferisce dunque anzitutto alla sua pasqua: la morte lo sottrarrà alla visione dei suoi discepoli, mentre la risurrezione consentirà loro di vederlo di nuovo. Come noi, gli apostoli “non comprendevano” le parole di Gesù

L’espressione «un poco e non mi vedrete più» richiama la modalità con cui i discepoli vedono nel Gesù storico il Figlio di Dio; l’altra espressione «un poco ancora e mi vedrete» rimanda all’esperienza del Cristo risorto. Gesù sembra voler dire ai discepoli che ancora per brevissimo tempo saranno nella condizione di vederlo, riconoscerlo nella sua carne visibile, ma, poi, lo vedranno con una visione diversa in quanto si mostrerà a loro trasformato, trasfigurato. Ma per passare a questa visione è necessario il “poco” di tempo di cui parla Gesù. La conoscenza, infatti, si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. 

Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, e un tempo per la risurrezione. Ciò significa non lasciarsi afferrare da nessuno per donarsi a tutti. La cifra autentica del tempo, infatti, è la libertà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore. Essa ci è donata attraverso la Chiesa, nella quale impariamo che la vita è, per grazia di Dio, un passaggio dalle lacrime alla gioia. In ebraico il termine "lacrima", "demah", esprime anche il sangue dell'occhio, mentre un altro significato della parola occhio è "sorgente". Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Allora coraggio, non temere: quando appare la Croce e i cristiani sono chiamati ad offrirvi la vita “il mondo si rallegra”, perché crede di aver avuto ragione di loro. Ride di fronte a un martire della fede, dell’apertura alla vita, dell’amore al nemico. Ma non sanno che proprio le “lacrime” che scorreranno sul nostro viso anche oggi sono il grembo fecondo della “gioia” che in noi testimonierà la vittoria di Cristo al mondo.

A pochi giorni della Solennità dell'Ascensione del Signore Gesù, l'Eucaristia ci rinnova nella fede per dirci che il nostro Redentore è sempre presente anche se salito al cielo.

 

 

2. Il tempo della Chiesa missionaria

 

            Gli Atti degli Apostoli ci offrono l'immagine di una Chiesa che fa il suo cammino nel tempo nella fedeltà a Gesù vivo e risorto, assente e presente.

            «Il Signore è assente, ma nello stesso tempo è presente grazie a Paolo, il quale vive "testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo" (At 18,5). Nella vita dell'apostolato, tuttavia, non c'è solamente l'annuncio. Ci sono anche il lavoro, la relazione e la collaborazione con una coppia di sposi, come Aquila e Priscilla, l'impegno vissuto insieme a due discepoli quali Sila e Timoteo. Assieme a queste realtà positive, non manca la prova, rappresentata a Corinto dall'opposizione dei giudei, pur con significative eccezioni come quella di Crispo, "capo della sinagoga", il quale "credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia. Il tempo dell'assenza del Signore è il tempo della nostra responsabilità, e circolarmente il tempo del nostro impegno torna a essere luogo di presenza del Signore, la cui grazia si manifesta nei frutti che, pur dentro l'esperienza del rifiuto e dell'ostilità, la Parola annunciata comunque suscita" (18,8)» (Messa e Preghiera Quotidiana, maggio 2017, EDB, pp.264-265).

Sembra che il Signore sia assente dagli avvenimenti, comunque il nostro apostolato missionario, a esempio di Paolo e degli Apostoli, è segno che Lui ci accompagna sempre, anche nelle situazioni di dubbio e di sconforto.

Celebrando oggi la memoria del Papa S.Gregorio VII, vogliamo ricordare un Pastore che ha tanto lavorato per la riforma della Chiesa.

Alla morte di Papa Alessandro II, il monaco Ildebrando venne unanimemente eletto al Soglio Pontificio (22 aprile 1073) e prese il nome di Gregorio VII. Il suo vasto programma di rinnovamento, noto sotto il nome di "Riforma Gregoriana", fu portato avanti con lucidità e risolutezza estreme; una ad una cadevano tutte le barriere dogmatiche limitative della suprema autorità spirituale. Proclamò esplicitamente la superiorità assoluta del potere spirituale su quello temporale. E' nel «Dictatus Papae» che Gregorio affermò perentoriamente la superiorità del Pontefice su ogni altra autorità terrena; secondo la sua formulazione, il Papa veniva inoltre a disporre di una diretta superiorità sui Vescovi, e poteva giudicare e condannare senza poter mai essere a sua volta sottoposto al giudizio di alcuno.

Ecclesia semper reformanda est! I Pastori della Chiesa - Papi, vescovi, sacerdoti - hanno questa missione a cuore, la principale riforma della Chiesa parte sempre dalla nostra mente e dal nostro cuore. Cosa serve cambiare le strutture se noi stessi non ci convertiamo?

 Chiediamo per intercessione della Vergine Maria la forza dello Spirito Santo affinché siamo testimoni coraggiosi nella Chiesa e nella società di oggi, a esempio dell'Apostolo Paolo e del Papa S. Gregorio VII.

 

 

                                             P.Saturino da Costa Gomes, scj